Perché Generazione poesia? Chi ha mai detto con assoluta certezza che la nobile arte della poesia sia ormai morta e sepolta? E perché si continua erroneamente a sostenere che non si leggano più volumi di versi o che comporre liriche sia un’attività riservata esclusivamente agli anziani? Nel nostro Paese esistono fortunatamente innumerevoli e luminosi esempi che riescono a smentire e contrastare con forza queste false affermazioni. Si tratta di testimonianze concrete che provengono direttamente dalle nuove generazioni, da ragazzi e ragazze che iniziano a scrivere da piccoli e che continuano con dedizione a coltivare questa straordinaria passione. A questi giovani talenti va assolutamente concessa la giusta visibilità che meritano. Stiamo parlando di opere letterarie dotate di una bellezza unica e disarmante, chiaro segno che la bellezza artistica è viva più che mai e che i nostri giovani continuano profondamente ad amare la poesia, considerandola ancora oggi un linguaggio universale.
La nostra rubrica di oggi è interamente dedicata alla talentuosa e giovane poetessa Giulia Stellato, diciannovenne che attualmente compie il suo percorso di studi presso la prestigiosa Università degli Studi di Salerno. Da sempre profondamente appassionata di scrittura creativa e di composizione poetica, la ragazza ha già preso parte con entusiasmo ad alcune delle principali iniziative promosse dalla nostra associazione culturale. La toccante poesia che vi presentiamo oggi s’intitola significativamente “Margini”. È un componimento intenso che riesce a mettere completamente a nudo la giovane autrice, un’opera intima e profonda dove la stessa riesce abilmente a spogliarsi di tutte le sue insicurezze quotidiane, donandosi interamente alla poesia e compiendo così un fondamentale passo verso la piena accettazione di se stessa.
Vi auguriamo un viaggio emozionante e una buona lettura a tutti voi.

Margini
La piastra sul bordo si raffredda piano,
nell’aria resta un odore di ferro.
Per tanto tempo ho domato i pensieri per sentirmi accettabile.
Guardami adesso:
ancora piccola, devo alzarmi in punta di piedi.
L’orlo da fare a ogni pantalone
per non inciampare nelle cose grandi.
E senza trucco la pelle si mostra:
macchie di sole,
i segni dell’acne,
piccole tracce sparse sul viso,
una vita che non si fa appiattire.
E poi queste ciglia troppo corte,
senza il trucco di quelle finte,
senza la sicurezza delle altre donne.
E queste mani che si agitano,
sempre troppo veloci nel parlare,
sfiorano i disegni della bocca:
il ricordo vivo di ogni mia risata,
di quando non dovevo dimostrare niente.
C’era un tempo in cui correggevo tutto:
la sbavatura leggera sul rossetto,
la forma di un verso,
una parola fuori posto,
la fretta di dover sembrare pronta.
Ora non serve più cercare la simmetria.
Lascio che il ferro si spenga sul marmo.
Oggi esco nel mondo così como sono:
imperfetta, vera, finalmente mia.
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